Appena arrivata mi guardai intorno con una voglia di sorriso che cadde nel nulla. Aspettai.
Dopo un po’ capii: in quell’ufficio non parlava mai nessuno.
Le tastiere battevano piano, regolari, ininterrotte, come una pioggia sottile. I telefoni vibravano a intermittenza, brevi scosse nel silenzio. Un ronzio avvolgeva tutto.
Ognuno fissava il proprio schermo, ogni tanto scorreva, cliccava, annuiva da solo.
Nemmeno i saluti passavano.
Solo frasi sospese, a domande che apparivano inopportune:
«Vediamo.»
«Magari dopo.»
«Ti faccio sapere.»
Poi tornava il silenzio, denso, immobile.
A metà mattina, un imprevisto interruppe la calma piatta dell’ufficio.
Una sedia rovesciata, un colpo secco.
Un uomo a terra, immobile tra le scrivanie, una mano ancora tesa verso la tastiera.
Alcuni alzarono lo sguardo. Per un secondo.
Poi lo riabbassarono.
Qualcuno prese il telefono ma non per chiamare aiuto, fissò lo schermo e poi scrollò. Un altro si sistemò le cuffie. Qualcuno digitò più forte, come per coprire il rumore.
Le notifiche continuarono a vibrare, uguali a prima.
Nessuno si mosse.
Non per cattiveria.
Perché non toccava a loro.
Rimasi in piedi. Guardavo quell’uomo a terra. Bastava poco…una parola, un gesto, una decisione.
Sentivo il cuore battere, ma piano, come tutto lì dentro.
Non lo feci.
Sentii il telefono vibrare in tasca.
Lo tirai fuori.
Un messaggio.
Lo lessi.
Poi mi sedetti.
E lo schermo tornò a riempirmi gli occhi, il ronzio le orecchie, insopportabile come punture d’insetti
Nient’altro